La Scrittoría

Fragola Giraffa Caffé

Children Stories for a collection in collaboration with Cosimo Bizzarri and Leonora Sartori


Folletto, Pecore, Arcobaleno

Ennio era un folletto un po’ artista che abitava in città.
Un giorno, mentre camminava in un giardino vicino ad una scuola vide un gregge di pecore. Ennio non poteva crederci: “Cosa ci fanno delle pecore in città?” pensò.
Allora si avvicinò ad una pecora e le disse: “Buongiorno signora pecora, posso farle una domanda?”
“Beee, certo” rispose la pecora
“Cosa ci fate voi pecore qui in città? Pensavo che viveste nelle fattorie…”
“Stiamo facendo la transumanza. Devi sapere che noi pecore abbiamo due case e il pastore ci sta portando da una all’altra”.
“Chissà che bel viaggio che fate”, disse Ennio.
“Sì è proprio una bella gita e siamo in tantissime, poi a volte capita di passare per le città e di vedere posti nuovi…”
Ennio, guardando tutta quella distesa di pecore bianche che riempiva il prato, ebbe un’idea. Corse a casa sua e prese la sua scatola di pennarelli. Poi tornò dalle pecore e disse loro:“Signore pecore, ho un’idea che voglio realizzare, ma mi serve il vostro aiuto.”
“Di che idea si tratta?” chiesero curiose le pecore.
“Ho pensato che così tutte bianche sul prato sembrate proprio un foglio per disegnare. Allora vorrei colorarvi e fare un disegno grandissimo: lo vedrebbero gli uccelli in volo e le persone negli aerei, sarebbe come un quadro gigante” spiegò Ennio.
“Ma poi una volta colorate come facciamo? La nostra lana non sarà più bianca...” dissero le pecore.
“E che problema c’è? Vorrà dire che vi useranno per fare maglioni colorati… Forse voi non lo sapete, ma dopo avervela tolta la vostra lana viene spesso tinta.”
“Beee se è così fa’ pure: sarà divertente essere parte della tua opera d’arte”.
Fu così che Ennio cominciò a colorare le pecore. Colorò per tutta la giornata e per tutta la notte:era molto difficile capire se il suo disegno fosse ben fatto, perché non poteva vederlo dall’alto. Quando finì di colorare albeggiava e Ennio si appisolò.
Al suo risveglio pensò che stesse per piovere: il cielo era tutto coperto di nuvoloni neri. Poi però guardò meglio: quello che copriva il cielo non erano nuvole ma uccelli, migliaia di uccelli, che stavano sopra al prato e guardavano le pecore. Ennio pensò che doveva aver fatto proprio un bel lavoro. Ringraziò le pecore e se ne andò via.
Le pecore il giorno dopo lasciarono la città e continuarono il loro cammino, sempre mantenendo le file e portando in giro il disegno di Ennio.
Così se per caso mentre vi trovate a volare guardate giù e vedete un arcobaleno sulla terra, sappiate che è l’arcobaleno che il folletto Ennio ha voluto disegnare per incantare gli uccelli che, vivendo in cielo, non possono vedere quello vero.


Tacchino, Macchinina, Pollaio

Alvaro era sempre stato un tacchino diverso dagli altri. Invece di starsene tutto il giorno a mangiare e correre dietro alle tacchinelle come tutti i suoi amici, Alvaro preferiva stare attaccato al recinto con il becco di fuori e guardare quello che succedeva nella fattoria e osservare il lavoro del contadino, i trattori, le mucche… gli piaceva proprio!
Gli altri tacchini prendevano sempre in giro Alvaro, dicevano che perdeva il suo tempo e che avrebbe fatto meglio a mangiare di più e pensare di meno. Ma Alvaro non li ascoltava: loro erano solo grassi stupidi tacchini che non avrebbero mai capito quanto erano belle le cose che succedevano oltre il recinto.
Un giorno, mentre se ne stava a sognare come al solito, guardando fuori dal pollaio, Alvaro vide qualcosa di incredibile: il contadino stava portando nel cortile una meravigliosa macchinina rossa a pedali.
Il contadino lasciò la macchinina proprio all’ingresso della cascina, abbastanza vicino al pollaio da permettere ad Alvaro di osservare tutti i dettagli: la forma allungata, lo specchietto con gli adesivi colorati… Alvaro rimase ad osservare la bella macchinina per giorni e giorni, poi finalmente si fece coraggio e, ad alta voce, le disse: “Ciao, macchinina”.
La macchinina rispose: “Ciao Alvaro. Non mi chiamo macchinina, mi chiamo Ferraritestarossa”.
“Ciao Ferraritestarossa, come fai a sapere il mio nome?” rispose Alvaro.
“L’ho sentito dagli altri tacchini. Come mai te ne stai sempre lì a fissarmi?” disse la macchinina.
“Perché sei proprio bella. Ma perché non vieni qui vicino? Io non posso uscire…”, rispose Alvaro, diventando tutto rosso.
“Nemmeno io posso muovermi”, disse la macchinina, “ho bisogno che qualcuno usi i miei pedali per spostarmi…”.
Era proprio una storia triste: la macchinina e il tacchino passavano tanto tempo a parlare, ma dovevano stare sempre separati perché nessuno dei due poteva muoversi. Tutti e due, però, erano proprio contenti della loro amicizia e passavano le giornate a chiacchierare pur restando distanti.
Un pomeriggio successe una cosa incredibile.
Il nipote del contadino decise che voleva vedere come era fatto il pollaio. Aspettò che il contadino se ne fosse andato e, pedalando con la sua macchinina, arrivò fino al recinto al quale, come sempre, stava appiccicato Alvaro. Il tacchino aveva il cuore che gli batteva forte: la sua amica non era mai stata così vicina…
Il bambino scese dalla macchinina e decise di aprire il recinto per entrarci dentro, però si dimenticò di chiuderla dietro di sé.
Alvaro non poteva crederci: era libero di scappare! Mentre la macchinina gli diceva “Veloce Alvaro, veloce!” lui si mise a correre come il vento e uscì fuori dalla porta. Il bambino cercò di fermarlo ma lui era troppo veloce, saltò sulla macchinina e si mise a pedalare: non sapeva come, ma pedalava velocissimo e in un minuto lui e la macchinina furono fuori dal cortile e dalla cascina.
Alvaro pedalò fino a che non furono lontano lontano.
Poi fecero un bel riposino in un prato.


Albero, Orologio, Picchio

Quando gli animali di Bosco Bello dovevano prendere delle decisioni andavano spesso a chiedere consiglio a Pino, un vecchio albero molto saggio. Pino era felice di aiutare i suoi amici ma spesso le conversazioni duravano molto a lungo e non aveva tempo di dare consigli a tutti quelli che glieli chiedevano. Pino era molto dispiaciuto di non riuscire a dedicare almeno un po’ del suo tempo a tutti e pensò che doveva fare qualcosa: gli serviva un modo per organizzare la sua giornata.
“Non è così complicato” disse Becco quando Pino gli ebbe esposto la questione “ti basterebbe avere un orologio”. Becco era un picchio che viveva su un ramo di Pino da tanto tempo: i due erano amici, infatti Becco picchiettava sempre con delicatezza sul tronco di Pino, per non fagli male.
“E cos’è un orologio?”, chiese Pino, che non ne sapeva niente delle invenzioni degli uomini.
“Si tratta di un affare per contare il tempo. Gli umani credono che i giorni si possano misurare” rispose Becco, che invece ogni tanto se ne andava in giro per villaggi e delle trovate degli uomini ne sapeva abbastanza.
“Misurare il tempo? Ma è assurdo!” disse Pino.
“Sembra assurdo ma funziona. Ogni giorno è diviso in ventiquattro pezzi, ogni pezzo in sessanta pezzettini e ogni pezzettino in sessanta pezzettini ancora più piccoli. Se tu avessi un orologio potresti dedicare a tutti gli animali lo stesso tempo” rispose Becco.
“Accidenti, questa sì che sembra una bella soluzione. Ma dove lo trovo un orologio?” chiese Pino.
Trovare un orologio nel bosco era un bel problema. Si decise che Gazza avrebbe preso uno di quelli del cacciatore che abitava appena fuori dal bosco e lo avrebbe portato lì il giorno dopo.
Così fu. Ma il quando Becco, qualche giorno dopo, tornò da uno dei suoi voli in giro per i villaggi, trovò Pino tutto triste che diceva “Non riuscirò mai a dividere il mio tempo fra tutti gli animali del bosco nemmeno con questo strano aggeggio. L’orologio è troppo piccolo e posso legarlo solo ai rami più sottili, ma sono troppo lontani dal mio tronco perché io possa vedere che ora è”.
Quando Becco capì qual era il problema disse semplicemente: “Ma per questo ci sono io!”.
Pino non capiva, allora Becco gli spiegò: “Io posso allacciare l’orologio al mio ramo. Così facendo posso sapere che ore sono. Tu decidi come dividere il tuo tempo fra gli animali, me lo dici e quando il tempo di ciascuno sta per scadere io lo vedo sull’orologio e picchietto più velocemente, per avvertirti, così tu sai che tocca a qualcun altro”.
“Ma come farò quando non ci sei?” chiese Pino
“Semplice: non andrò più via. Ho girato abbastanza, è ora che mi fermi un po’ a casa”, rispose Becco.
Pino non poteva credere alle sue orecchie: non solo d’ora in poi avrebbe saputo quanto tempo dedicare ad ogni animale, ma il suo amico Becco sarebbe rimasto con lui per molto tempo.
Felice, Pino chiamò di nuovo a raccolta tutti gli animali e assegnò un pezzetto di tempo a ciascuno di loro.
Da quel giorno, grazie all’orologio d’oro del cacciatore e all’aiuto di Becco, nessuno litigò più per avere il tempo di Pino e lui poté aiutare tutti i suoi amici.
Così se per caso andate nel Bosco Bello e sentite un picchio che picchia più veloce del solito sapete di essere vicini a Pino, e che il suo amico Becco gli sta dicendo che è ora.


Sedia, Cuscino, Magazzino

C’erano una volta un cuscino di nome Pillo e una sedia di nome Scadia che erano molto amici. Entrambi erano abbastanza vecchi: la paglia della sedia era un po’ rovinata e il cuscino era sbiadito da un lato. Però quando il cuscino era appoggiato per bene sulla sedia non si vedeva nessuno dei difetti: per questo la padrona di casa teneva la sedia in salotto.
Un giorno però la sedia e il cuscino litigarono. Il cuscino decise che voleva andare via dalla sedia e la sedia che non voleva essere più coperta da quel cuscino.
Così Pillo si spostava dalla sedia in continuazione e cadeva per terra di continuo, tanto non si faceva male. Ogni volta che la padrona cercava di rimettere a posto il cuscino sopra la sedia i due ricominciavano a litigare e Pillo finiva per terra, qualche volta con la parte sbiadita verso l’alto.
Dopo qualche giorno la padrona di casa si stancò di tenere in salotto quella sedia mezza spelacchiata e quel cuscino sbiadito, e decise di portarli nel magazzino.
Il magazzino era un posto tristissimo in cui i padroni tenevano soltanto la legna per il fuoco e le cose che non avevano il coraggio di buttare via ma che non usavano più. C’era solo una tettoia, era tutto polveroso e quando pioveva Scadia e Pillo si inumidivano tutti e morivano di freddo. Il cuscino si sbiadiva sempre di più e il legno della sedia si rovinava.
Un giorno che sia il cuscino sia la sedia erano tristi e soli perché continuavano a non parlarsi, Pillo disse “Senti, Scadia, ma tu te lo ricordi perché abbiamo litigato?”. Lei rispose “No. E tu?”.
“Nemmeno io, dev’essere stato proprio un motivo stupido… Facciamo pace?”
La sedia era così felice di sentire quelle parole… “Certo”, disse “Perché non mi sali in braccio?”. Finalmente erano tornati amici. La sedia e il cuscino erano di nuovo insieme: anche se erano da soli e di notte era buio nel magazzino, adesso tutti e due erano più felici e passavano il tempo a raccontarsi storie e a ricordare i bei tempi cui vivevano insieme nel caldo del salotto.
Un giorno il padrone di casa andò nel magazzino per prendere un po’ di legna e, gettando un’occhiata a Pillo e Scadia, pensò: “Chissà come mai mia moglie non vuole più quella sedia: mi aveva detto che era brutta e il cuscino era tutto sbiadito, ma a me non sembra… La metterò a posto e la regalerò a mia figlia per la sua casa nuova”.
Così il padrone di casa portò la sedia e il cuscino in garage, li pulì tutti e due e li sistemò per bene: Scadia e Pillo erano belli come non mai.
Quando la figlia del padrone ricevette in dono la sedia fu proprio felice: prese la sedia col cuscino, la portò nella sua nuova casa e la sistemò in salotto.
I due amici erano proprio felici, il cuscino non si muoveva di un millimetro e la sedia sembrava così comoda e invitante che il gatto decise di usarla come casa, diventando ottimo amico di Pillo e Scadia.


Nuvole, Poeta, Margherite

C’era una volta un poeta che non aveva molta fantasia.
Era bravissimo a scegliere le parole e a fare le rime, ma non sapeva mai che cosa scrivere.
Un giorno, mentre stava da solo con l’aria triste e il suo taccuino bianco in mano, incontrò un vecchio saggio che gli disse: “Signor Poeta, come mai è così triste?”.
“Non so cosa scrivere…sono un fallimento”, disse il poeta.
“Non dire così” rispose il vecchio saggio. “ Se non sai cosa scrivere, guarda le nuvole”. E senza dire altro, il saggio se ne andò.
Il poeta allora alzò lo sguardo al cielo. Era incredibile quante nuvole diverse ci fossero, e quante forme bizzarre… Il poeta non aveva mai avuto così tante idee su cosa scrivere. Si mise subito all’opera.
Ogni giorno alzava gli occhi al cielo: le nuvole gli sembravano alle volte elefanti che si rincorrevano, altre volte struzzi che facevano il girotondo.
Il poeta le guardava e scriveva le sue poesie su di loro. Era così felice: finalmente aveva trovato il modo di avere delle idee per le sue poesie!
Poi un giorno arrivò da chissà dove un  vento fortissimo, che soffiò per una settimana e spazzò via tutte le nuvole. Non ne rimase nemmeno una.
Il poeta era di nuovo triste: se ne stava sdraiato in mezzo a un prato col naso all’insù sperando di scorgere qualche piccola nuvola bianca. Ma niente da fare, il cielo era terso.
“Cosa guardi?” si sentì dire.
Il poeta non sapeva da dove veniva quella voce così sottile. Si mise a sedere e girò la testa di qua e di là per vedere chi stesse parlando, ma non c’era nessuno.
“Sono qui” disse la voce.
All’improvviso il poeta si accorse che una margherita  si agitava davanti a lui.
“Se tu che mi hai parlato?” chiese guardandola, “Non sapevo che le margherite parlassero.”
“Chissà quante cose non sai allora…” disse la margherita. “Senti, come mai guardi in su con l’aria tanto triste?”
“Devi sapere che io sono un poeta. È tanto tempo che vengo in questo prato per guardare le nuvole:  da loro prendo l’ispirazione per scrivere le mie poesie. Ma non ci sono più nuvole e io non so più che poesie scrivere”.
“Mi dispiace” disse la margherita. “Siamo state noi margherite a chiedere al signor vento di spazzare via le nuvole, perchè volevamo goderci il sole della primavera.”
“E quando torneranno le nuvole?” chiese il poeta.
“Non lo so. Forse alla fine dell’estate.” Rispose la margherita.
“Allora vuol dire che non avrò più nessuna idea per tutta l’estate? Come posso fare?”.
“Ho un’idea”, disse la margherita. “Vai ad arrampicarti sull’albero che c’è alla fine del prato. Da lì si vede tutto il prato con le margherite. Stai a guardare e vedrai che avrai quache idea”.
Il poeta fece quello che gli aveva detto la sua nuova amica. Si arrampicò sull’albero, ma non vide nulla. Non sapeva cosa aspettarsi.
Poi si accorse che, lentamente, le margherite si muovevano. Alcune avevano i petali più aperti, altre più chiusi: il prato diventava di molte sfumature diverse e quelle sfumature bianche e gialle formavano come dei disegni sull’erba.
Disegni, proprio come quelli delle nuvole!
Il poeta aveva di nuovo qualcosa da scrivere. Era felicissimo: grazie alle margherite poteva avere nuove idee anche d’estate, quando il cielo era sereno.
“Grazie” urlò il poeta dall’albero in direzione delle margherite
Non sentì nulla in risposta, ma guardando il prato vide che le margherite disegnavano la forma di un sorriso.


Scuola, Riposino, Carillon

Nella scuola materna dove sono andata io a tre anni eri un blu e dovevi per forza fare il riposino dopo pranzo, mentre i gialli e i rossi, che erano più grandi, potevano giocare o imparare a leggere.
Io a casa il riposino dopo mangiato non lo avevo mai fatto, così mentre gli altri bambini dormivano io me ne stavo sveglio nel dormitorio e non sapevo cosa fare.
Avrei voluto andarmene po’ in giro curiosando qua e là ma era buio e non riuscivo a vedere bene. Così me ne stavo seduto buono buono sul mio letto aspettando che l’ora del riposino passasse.
Un giorno però successe una cosa strana: vidi qualcosa che si illuminava nell’angolo in fondo al dormitorio.
All’inizio ebbi un po’ di paura, poi però mi feci coraggio e piano piano, stando attento a non andare a sbattere, andai a vedere cosa ci fosse.
Quando fui un poco più vicino vidi che si trattava di una bambola.
La raccolsi da terra, e la bambola cominciò a parlare.
“Ciao” mi disse. “Ce ne hai messo di tempo, è da tanto che sono qui nell’angolo”.
“Scusa signora bambola, non ti avevo vista prima…”
“Non fa niente. Sono proprio contenta che qualcuno mi abbia tirato fuori di lì. Come ti chiami?”
Le dissi il mio nome sottovoce, per non svegliare gli altri bambini e lei mi disse che si chiamava Romilina e viveva nella scuola materna da tanto tempo.
Tornammo piano piano verso il mio lettino e iniziammo a chiacchierare.
La bambola mi raccontò che ogni anno c’era un bambino o una bambina dei blu che non voleva fare il riposino: lei gli teneva compagnia proprio come stava facendo con me.
La bambola mi raccontava tutti i segreti della scuola materna e io stavo a sentire: aveva tante storie da raccontare sulle famiglie di formichine che si nascondevano in soffitta o sulle cuoche golose che mangiavano il budino al cioccolato dei bambini. Siccome non potevo portare Romilina con me durante il resto della giornata, il momento del riposino era diventato il mio preferito, perché potevo vedere la mia amica. Quando gli altri bambini si svegliavano mettevo la bambola sopra il mio letto in modo che nessuno la prendesse. Il giorno successivo aspettavamo che tutti si fossero addormentati e, alla leggera luce che Romilina riusciva a fare illuminandosi, ci raccontavamo un sacco di storie.
Quando arrivò la fine dell’anno dei blu e venne l’estate ero un po’ triste: sapevo che l’anno dopo non avrei più avuto l’ora del riposino per parlare con la mia amica bambola.
L’ultimo giorno di scuola, durante l’ultimo riposino, ci salutammo. Le dissi che ero triste e lei mi rispose “Non devi. Devi pensare che il prossimo anno io terrò compagnia ad un altro bambino. E, se proprio ti senti solo, qualche volta puoi intrufolarti nel dormitorio e venirmi a trovare”. Aveva ragione: ero stato fortunato ad avere un’amica così speciale e ora toccava a qualche alto bambino avere la sua compagnia.