La Scrittoría

Fino a Samarcanda

A story inspired by the documentary Aral by Carlos Casas


Sei il solito imbecille, disse Enea guardandomi con aria di sufficienza. Non era mai stato meno amichevole di così.
Gli lanciai un’occhiata inequivocabile: stai al tuo posto, il capo sono io, tutto sotto controllo.
Sotto controllo un accidenti. Quello era il posto più insensato che avessi mai visto. Probabilmente se non fossi stato così impegnato a capirci qualcosa avrei avuto paura. Certamente se non avessi voluto capirci qualcosa non mi sarei cacciato in quella situazione del cavolo.
Sabbia e qualche cespuglio secco. Tutto molto giallognolo e polveroso. Non diverso da un banale deserto, solo con la polvere al posto della sabbia.
Se non fosse stato per le carcasse di navi impiantate nella sabbia. Navi, giuro. Vecchissime, arrugginite. Che se solo ci fosse stata l’acqua a circondarmi avrei giurato di essere sul fondo del mare: cose di tesori nascosti, pirati e galeoni colati a picco. O quasi.
Smisi di fissare il vuoto di fronte a me e guardai di nuovo il mio compagno: i suoi occhi ricambiarono l’occhiata con la stessa aria deplorante di poco prima.
Fidati di dio ma chiudi bene la tua macchina: lo sanno perfino quelli del tantra online. Ero stato il solito imbecille, va bene, ma uno non va certo a pensare che nel mezzo di un Nulla da Storia Infinita ti rubino la macchina.
E invece.

Ero atterrato a Teskent.
Che fosse la capitale dell’Uzbekistan l’avevo scoperto solo un paio di settimane prima della mia partenza, quando al telefono mi avevano proposto di andare sull’Aral Sea.
Certe offerte di lavoro potevano capitare solo a me: Vai lì, ti fai un giro e vedi se vale la pena mandare tutta la troupe per fare un servizio. Ti va?
Chiaro che mi va, risposi.
Riattaccai e urlai verso la cucina Nonna dove sta il Mare di Aral?
L’Aral nella mia testa era da qualche parte in alto a destra, in un confuso Oriente, vicino o medio che fosse.
Uzbekistan, fu la risposta. E non è un mare, è un lago.
Mia nonna. Come ogni venerdì era venuta a portarmi le sue incredibili melanzane alla parmigiana. Settant’anni e diploma di terza media, sapeva tutto di geografia: da anni non sfogliava che l’Atlante e si divertiva a interrogarmi sulle capitali del mondo, godendo nel cogliermi impreparato.
Spadellando, continuò a snocciolarmi informazioni da guida Lonely Planet. Tra le quali E poi in Uzbekistan c’è Samarcanda.

Non lo avrei mai detto.
Però, pensai, Oh oh cavallo.
Devo andarci, dissi.
In Uzbekistan? E perché?
Lavoro.

Mia nonna avrebbe anche potuto dirmi che quel posto non era esattamente entusiasmante. Sono certo che cose come deserto e freddo e mare che se n’è andato lei le sapeva benissimo e sarebbe stato suo dovere raccontarmele prima che io partissi. Invece.
Portati Enea, fu la sola cosa che mi disse.
Enea era il mio cane e doveva il suo nome alle infinite volte in cui avevo dovuto fondare da capo una nuova civiltà dopo aver distrutto quella che mi ritrovavo fra le mani. Io l’elefante, da sempre, e il mondo intorno un negozio di cristalli.
Enea non ci voleva venire in Uzbekistan: io lo sapevo benissimo e lui lo confermò stampandosi in faccia un’espressione disgustata, non so se più per il viaggio o perché sapeva che stavo per rifilargli avanzi di melanzane alla parmigiana, piatto che lui ha sempre detestato sopra ogni cosa.
Enea era la smentita vivente di tutte quelle idiozie su cani e padroni che si somigliano. Enea era tranquillo. Non soffriva di crisi di panico. Pensava prima di agire. E detestava la cucina di mia nonna.

 

Rent a car, I wanna rent a car. Il facchino dell’aeroporto di Teskent non parlava inglese. Distratto, sembrava non vedermi mentre mimavo il volante. Si diresse deciso verso il parcheggio dei taxi e cominciò a caricare la mia roba nel bagagliaio di una vecchissima Mercedes già in moto. Lui metteva dentro una delle mie borse e io la tiravo fuori dicendo no no rent a car, RENT. Una scena da film di Totò.
Finalmente lasciò stare, io gli allungai degli euro e quello mi piantò nel parcheggio da solo con i bagagli e i tassisti che mi guardavano in uzbeko.
Enea, distante e superiore, se ne stava al mio fianco e mi faceva sentire ancora più ridicolo di quanto non fossi.
Avevo davvero accettato un lavoro in Uzbekistan pensando che fosse una vacanza?
Era freddo.
Dopo due ore riuscii a procurarmi una macchina. Avevo un itinerario preciso, un numero incredibile di cartine e una quantità imbarazzante di numeri d’emergenza nel cellulare.

Taskent, Samarcanda.
Mi fermo al ritorno, dai.
Samarcanda, Buhara.
Buhara, Kiva.
Kiva, Nukus.
Nukus, Moynaq.

Moynaq è sull’Aral Sea.
Per così dire. Era sul mare quando c’era il mare, che poi era sempre un lago, aveva ragione mia nonna, però era il quarto lago più grande del mondo e per questo lo chiamavano mare.
Anche se poi, a voler ben vedere, il Lake Bajkal lo chiamano lago sebbene sia sempre stato più grande dell’Aral, anche quando quest’ultimo sembrava davvero un mare. Anche il Caspio però si chiama mare ma è un lago e con questo ho terminato le informazioni a mia disposizione sui laghi che fanno finta di essere mari.
In ogni caso niente più Aral Sea a Moynaq: al suo posto due laghettini minuscoli, del genere che un’anatra a svuotarli col becco ci mette una mattina e può anche decidere di alzarsi tardi.

Quando lessi il cartello che diceva che ero arrivato, io ancora mi aspettavo Acqua. Magari non proprio un lungomare con i lidi e l’Hotel Belvedere, ma almeno una quantità dignitosa di liquido la prevedevo. Invece, più mi guardavo intorno più perfino le case mi sembravano fatte di polvere.
The sea? Chiedevo, sentendomi terribilmente nel posto sbagliato. La gente stendeva il braccio e indicava l’orizzonte. Io non vedevo acqua, però, e pensavo chissà cosa vorrà dire de sii da queste parti.
Enea ogni tanto mugugnava. La sua stima di me era ai minimi storici e comunque destinata a un ulteriore declino, che l’avrebbe portata a toccare lo zero assoluto.
Continuavo a girare in tondo. La città finiva dopo dieci minuti di macchina, secondo qualunque diagonale scegliessi di attraversarla. Ero stanco di andare avanti e indietro, così mi diressi verso quell’orizzonte che tutti mi indicavano.

Fu così che arrivai al “cimitero delle barche”.
Le navi incagliate nella sabbia.
Mai visto nulla del genere.
Spensi la macchina e scesi. Volevo capire che diavolo di posto fosse quello e cominciai a camminare intorno, muovendomi con una certa circospezione. L’atmosfera era inquietante, non c’è che dire. 
E mentre io, solo e pensoso, misuravo i più deserti campi e mi avvicinavo alle carcasse delle barche con aria da filosofo esploratore e inquietudini da poeta, qualcuno mise in moto la mia macchina e se ne andò portandosi via tutta la mia roba.
Io ed Enea ci voltammo appena sentimmo il rombo del motore: già tardi per fare qualcosa.

Fu allora che il mio cane mi diede dell’imbecille e io non potetti che essere d’accordo.

Rimasi lì, senza nemmeno la forza arrabbiarmi. Fissavo l’orizzonte secco e i resti delle barche, tanto pieni di ruggine da beccarsi il tetano solo a guardarli: l’Apocalisse sembrava passata da poco e magari cercando bene doveva ancora essere da quelle parti.
Non avevo nulla con me. Qualche soldo in tasca, ma niente bagagli. Non c’è che dire, il mio viaggio in avanscoperta era partito nel migliore dei modi.
Stavo per disperare quando, tastandomi i pantaloni, mi accorsi di avere in tasca il cellulare: quasi scarico, poteva essere diversamente?
Riuscii comunque a fare una chiamata, cosa che aveva tutta l’aria di un colpo di fortuna irripetibile e che infatti non si sarebbe ripetuto. Parlai con uno dei numeri di emergenza che avevo, appena in tempo a spiegare in modo grossolano dove mi trovassi, poi il telefono si spense. Dubitai che avessero capito qualcosa.

Gli occhi fissi all’orizzonte, mi muovevo nervoso. Non avevo idea di dove andare. Anche Enea era agitato: si stava certamente chiedendo in cosa avesse sbagliato nella sua vita precedente per reincarnarsi nel mio cane.
A un certo punto qualcuno arrivò alle mie spalle.
Saltai in aria: pensavo di essere solo.
Mi voltai, di fianco a me c’era un uomo. Alto, magro, pelle bruna e occhi grandi. Poteva avere trentacinque o magari perfino quarant’anni di vaga follia. Tutta l’aria di uno spostato.
D’istinto, ma sei pazzo? Mi hai fatto prendere un colpo… gli dissi.
Pazzo? Cosa pazzo? rispose
Mi capiva. Lo capivo. 
Niente. Ma tu chi sei?
Sono Jan. Io traduce. Mi manda Mualif, disse. Aveva modi a dir poco estemporanei.
Lo mandava Mualif. Pensai che doveva essere quello che aveva risposto alla mia chiamata di poco prima: chi si sarebbe aspettato tanta efficienza? Non sapevo ancora se sentirmi o meno sollevato, quel tizio era il solo punto di riferimento che avessi ed era decisamente troppo strano per darmi un qualche senso di sicurezza.
Prima che potessi rivolgergli anche solo una delle mille domande che avevo in testa tipo chi può avermi preso la macchina? conosci un albergo? dove mangio? dove faccio denuncia? puoi portarti via il cane che mi innervosisce?, quello mi disse Guarda e si mise a camminare con le braccia stese in avanti, come un sonnambulo.

Lo fissai: non credevo ai miei occhi. Enea accanto a me, muto, inclinò il capo verso sinistra.
Lo lasciai fare per po’, poi mi spieghi cosa stai facendo? chiesi nervoso.
Stavo perdendo tempo ed ero stanco.
Non vedi? mi rispose con un guizzo sornione negli occhi, cammino su acqua!

Risi.
Non avrei dovuto, ma risi.
Davvero una pessima idea, come capii un attimo dopo, quando Jan cominciò uno spettacolino da teatro d’oratorio che magari non avrei trovato così irritante se non fossi stato lì, solo col mio cane in mezzo ad un camposanto per barche, senza più macchina mentre il solo cretino che poteva darmi una mano faceva il saltimbanco.
C’era un vento leggero ma gelido e io sentivo la pelle seccarsi ogni secondo di più. Bruciava, mentre quell’idiota continuava:
Ecco voi mare di sabbia!
Fino qui prima tutto mare; poi arriva russo e si porta via mare. Russo si beve mare e qui solo polvere. Tutti poveri. Qui tutti poveri anche prima, ma ora di più.
E poi via: una sfilza di battute sul mare che se n’era andato.
Mentre parlava, Jan rimbalzava qua e là con movenze da pagliaccio che mi rendevano tremendamente aggressivo. Chissà se si rendeva conto che quello che diceva non era divertente. Lui non la finiva, io avevo quasi i brividi. Magari se le stava inventando quelle storie. Storie di dittature e disastri naturali. Di esperimenti atomici, di cancri fulminanti, di bambini mostri con un dito di meno o con un orecchio in più. Se le stava inventando, sicuro. E si divertiva a raccontarle, con quel ghigno che mi metteva paura.
Eppure. Più mi guardavo intorno più quel luogo puzzava di inferno, di inferno desolato.
Infastidito, spaventato e stanco, gli urlai Basta. Sei qui per aiutarmi o sparare cazzate?
Si fermò di scatto e spalancò gli occhi.
Io? Io aiuta. Io dà te casa.

Casa. L’ultima cosa che pensavo potesse esistere, in un posto come quello.
Due stanze buie e polverose poco distanti dal luogo in cui mi avevano rubato la macchina. Polvere e terra sui tappeti vecchi che ricoprivano il pavimento. Quella era la “casa”.
La padrona, una vecchia che a prima vista mi era sembrata, a dire il vero,  un uomo, stava filando, o almeno così credo. Aveva un groviglio che poteva essere di lana, in una mano. Lo lavorava con un fuso e ne tirava fuori un filo. Non avevo mai visto un fuso prima. Voglio dire: a parte quello con cui si pungeva la Bella Addormentata nel cartone animato più noioso della storia.
Jan le disse qualcosa e quella nemmeno alzò lo sguardo. Mosse solo impercettibilmente il capo, con uno scatto, verso sinistra.
Il mio estemporaneo traduttore mi fece segno di seguirlo in quella direzione. Entrammo in una stanzina quasi buia. 
Ecco tua casa, disse Jan. Bella bellissima, eh?
Aveva un sorriso talmente largo che mi chiesi se per caso non mi stesse prendendo in giro. Certo che era una casa bellissima. Bellissima come una coperta piena di tarli e un materasso ingiallito. Come delle lenzuola piegate che non avrei creduto pulite nemmeno se lo fossero davvero state.
Mi sforzai di pensare che era solo per un giorno. Su che basi lo pensassi, proprio non lo so.

Io torna dopo mi disse Jan.
Un attimo ed era sparito, mi aveva piantato in asso.
D’improvviso mi sembrò di trovarmi di fronte un tempo eterno. Enea si era sistemato sullo scendiletto e mi ignorava.
Potevo provare a fare un giro. Ma ne avevo voglia?
Ero solo, avevo freddo e quasi paura. Mi sentivo disperso.
La desolazione mi piombò addosso. Per la prima volta da quando ero arrivato mi trovavo in uno stato d’animo che avrei imparato a conoscere bene: la Depressione Aral.
Percepivo la drammaticità di ogni pietra assetata. La miseria più pura stava nell’odore dolciastro che riempiva la casa, odore di poco sui fornelli.
Della musica proveniva dalla stanza accanto.
Un momento. Musica?

Bussai alla porta accanto a me. Non sentii rispondere.
Entrai.
Entrai pensando di non trovare nessuno.
Invece.
Un ragazzino, avrà avuto dieci anni. Indossava un grosso maglione di lana colorata, troppo grande e talmente infeltrito da pungere alla sola vista. Aveva la pelle rossa e screpolata.

Stava in piedi, le spalle voltate verso di me: non mi aveva sentito entrare.
Aveva di fronte a sé un grande acquario, tutto illuminato al neon. Si alzò una manica e infilò un braccio nell’acqua, senz’altro gelata. Rabbrividii per lui.
Stringeva un sasso fra le dita, lo guardai mentre l’appoggiava sul fondo e restava ad osservare l’acquario. Qualche pianta di plastica, le bolle di ossigeno che salivano lente.
Pesci? Nemmeno a parlarne.

Rimasi immobile.
Il ragazzino si accorse di me. Si voltò e mi fissò negli occhi per qualche secondo. Spense la radio.
Who are you?, mi chiese, calmo. Non dovevo avere l’aria di uno del posto.
I am...Well I am… my car ...
Non mi lasciò il tempo di finire la frase. Con gli occhi gonfi della curiosità di chi vive soltanto un presente uguale e immobile, chiese What are you doing here?
Bella domanda.
Cercai una risposta, ma in testa avevo solo una gran confusione, una storia che iniziava con una telefonata e un piatto di melanzane alla parmigiana e finiva in un punto imprecisato e deserto di un paese ex comunista, in casa di chissà chi, senza macchina, con Enea che sonnecchiava nella stanza accanto e me che chiacchieravo con un ragazzino che curava un acquario vuoto.
Cercai in qualche modo di ricostruire gli eventi e risposi a un numero impressionante di domande, molte più di quella volta che al liceo la polizia mi aveva beccato ubriaco che mi rollavo una canna alle quattro del pomeriggio.
Poi riuscii finalmente a crearmi un varco nella raffica curiosa di quel ragazzetto che avrei immaginato silenzioso e timido e invece si era trasformato in un investigatore logorroico. Chiesi, indicando l'acquario:
Why don't you have fishes in there?
I'm waiting. When the sea will be back, I'll go fishing. And I'll put fishes there.
Non faceva una piega.
Pensai che in quel posto non c'era davvero nulla che funzionasse. Cosa potevo dire ad un ragazzino che aspettava il ritorno del mare, come se l’Aral Sea fosse uscito una sera di qualche anno prima per andare a comprare un pacchetto di sigarette e non fosse ancora tornato?
Avrei dovuto essere brusco ma onesto e dire qualcosa come senti bello lo so che è triste ma il mare se n'è andato per sempre, te lo puoi dimenticare, quindi meglio che ti compri dei pesci rossi anzi ecco tieni i soldi e vai altrimenti starai qui per chissà quanto...
Invece Well... ok... I go now, have fun fu la sola cosa che uscì dalle mie labbra.
Troppa insana poesia. Troppa, tutta insieme.
Il ragazzino mi salutò e io lo lasciai da solo di fronte alla sua attesa inutile.
E questa fu la prima situazione poetica e volendo anche un po' zen che mi capitò, lì, sulla riva di un mare assente.

Tornai nella mia stanzetta e decisi che era ora, per Enea, di fare due passi. Dormiva. Cominciai a tirarlo leggermente per il guinzaglio. Si alzò con l’aria alla non pensare che portandomi fuori a fare una passeggiata io possa sentirmi meglio o recuperare anche solo un briciolo rispetto per te.
Ero desolato, nel bel mezzo di un forte attacco di Depressione Aral. Quel ragazzino, la sporcizia, il deserto. Non avevo nemmeno fame e non ricordo da quanto non mangiavo. Ero stanco ma solo l'idea del letto che mi aspettava mi faceva passare il sonno. Ero agitato, insofferente, intristito e con desideri da donnetta capricciosa. Quando torna Jan? Voglio andarmene. Voglio una stanza pulita, del cibo. E soprattutto voglio mettere più chilometri possibile fra di me e il cadavere di terra in cui sono capitato.
Mi diressi verso la porta d’uscita: Enea mi seguiva lento. Quando fui fuori dalla stanza lui, dietro di me, mise la testa fuori dall’uscio. La girò verso sinistra, verso destra, verso sinistra. Poi alzò gli occhi verso di me, gonfi di commiserazione.
Il mio cane aveva pena di me, così ero ridotto.
Enea si girò e tornò dentro.
Che se ne stia lì, pensai. Cosa me ne facevo di un cane che non teneva compagnia?
Uscii.
Mi diressi verso le barche: erano la sola cosa che mi sembrasse degna d’interesse lì intorno e non ero ancora riuscito a vederle da vicino. Avevo mosso solo pochi passi in direzione di quello che doveva essere stato il porto quando sentii qualcuno urlare alle mie spalle.
Mi voltai. Un vecchio incartapecorito trascinava le sue gambe in una corsa lenta e sfinita. Mentre correva agitava le braccia e urlava.
Ce l'aveva con me.
In una situazione normale, l'orgoglioso campione di superficialità che sono sempre stato ci avrebbe messo meno di mezzo secondo a fare spallucce e continuare la sua passeggiata.
Invece, nuovamente sotto l'effetto del pericoloso cocktail di tre quarti Depressione Aral e un quarto potenziale esperienza zen, mi fermai.
Aspettai il vecchio che, raggiuntomi, cominciò a parlarmi, sempre senza smettere di muovere le sue braccine secche.
Non capivo una parola, non una delle sillabe pronunciate da quella voce vecchia e rugosa aveva senso per me. Ma l’uomo mi fissava: i suoi occhi, nei miei, erano spalancati. Scuoteva il capo senza sosta. No no no, diceva.
No cosa? pensavo.
Sembrava che volesse dirmi di non andare verso le barche: non appena provavo ad avvicinarle, mi bloccava: No no no.
Per la seconda volta, pensai che Jan avrebbe potuto aiutarmi, che avrebbe reso le cose più semplici. Chissà forse avrei sperato nel suo aiuto anche una terza volta prima dell’alba del giorno dopo, poi il gallo avrebbe cantato e il mare sarebbe finito crocifisso.
Volevo a tutti i costi capire cosa quell'uomo mi stesse dicendo. Perché mi ritrovavo nel mezzo di una delle situazioni più assurde della mia vita. Perché avevo la sensazione che quelle parole fossero importanti. E perché quell’incontro aveva il vago sapore di perle di saggezza che non potevo lasciarmi scappare.
Mi misi in ascolto per qualche secondo, poi: eureka. Capii che tutto quello sproloquiare e biascicare aveva una struttura del tutto simmetrica: frase, nonono rivolto a me che cercavo di passare, stessa frase di prima, nonono eccetera. Trovai così, geniale, il modo di decifrare le parole che uscivano dalla bocca sdentata e gialla di quell'uomo.
Le avrei imparate a memoria e le avrei ripetute a Jan che, volevo essere ottimista, me ne avrebbe svelato il senso.
Cominciai così a ripetere ad alta voce i suoni che sentivo pronunciare:
Agar dengizni er sifatida kursang, u er bular, diceva lui
Agar dengizni er sitifada kursang, u er bullari, ripetevo io
no: Agar dengizni er sifatida kursang, u er bular.
Agar dengizni er sifatida kursang, u er bular.
Agar dengizni er sifatida kursang, u er bular.
Agar dengizni er sifatida kursang, u er bular.
L'uomo annuì. Ripetei la frase di nuovo, tanto per essere sicuro.
Quello fece nuovamente cenno di sì, con convinzione, come per invitarmi ad andarmene.
Tutto qui? Mi chiesi, tornando, deluso, da dove ero venuto.

Mi diressi verso la casa che avevo lasciato poco prima e, sulla porta, trovai Jan nel suo sorriso sincero e irritante. La sua vista riuscì a scatenare in me al contempo sollievo, contentezza e irritazione.
Non gli lasciai il tempo di aprire bocca.
Cosa vuol dire Agar dengizni er sifatida kursang, u er bular? Chiesi, tutto d’un fiato: avevo paura di dimenticare quello che avevo imparato, la mia memoria non ha mai conosciuto il significato di “lungo termine”.
Come dici?
Agar dengizni er sifatida kursang, u er bular, dissi di nuovo.
Chi ti dire questo?
Mah, un vecchio...lì, davanti alle barche. Non voleva lasciarmi passare.
Ah, capisce.
Cosa capisci? Cosa vuol dire?
Se tratti il mare come terra, si comporta da terra fu la solenne risposta.
In quel momento capii che non sarei riuscito a vedere le barche da vicino. Non mi sarei mai spinto nell’Aral fino a dove non si toccava il fondo. Anche se, per essere precisi, il fondo era la sola cosa rimasta.
Zen allo stato puro.

Rimasi in silenzio per un momento, a godermi la spaventosa profondità che il mio animo aveva raggiunto in quel momento.
Poi, senza alcuna ragione apparente, fui assalito di nuovo da un'ansia incredibile. Cominciai ad agitarmi, la sola cosa a cui riuscivo a pensare era che volevo andare via, volevo andare via, volevo andare via.
Crisi di panico, così. In quella terra desolata, circondato da case che non erano case e persone che non avevano l'acqua, ero io a stare male.
Voglio andare via di qui, gridai a Jan. Via!
Lui mi guardò fisso negli occhi, in silenzio, scrutandomi stupito.
Forse tu fame, disse poi.

Fame.
In effetti aveva ragione: non mangiavo da secoli, ma non era quello il punto.
La sua risposta fu comunque abbastanza spiazzante da riuscire, in qualche modo, a calmarmi.
Tu adesso mangia, niente paura.
No, niente paura, risposi decidendo di abbandonarmi al corso degli eventi, mangiamo.
In un attimo mi ritrovai seduto ad un tavolo bassissimo, le gambe incrociate su un tappeto consunto. Mangiai, tranquillo, insieme con Jan, la vecchia, il bambino ed Enea, che non mi guardava nemmeno. A questo punto della storia non ero per lui degno di alcuna considerazione. Mostrava tuttavia un entusiasmi inusitato e gratuito per il cibo che gli veniva offerto: forse aveva solo molta fame, ma non c’era in lui traccia dell’espressione di disgusto che caratterizzavano i suoi pasti a casa. Il mio cane aveva, per la prima volta da quando eravamo partiti, un’espressione tranquilla: questo avrebbe dovuto preoccuparmi, giacché io ed Enea reagiamo da sempre in modo diametralmente opposto a qualunque cosa.
Invece, mi calmai anche io.
In silenzio, mangiammo con le mani. Avevo fame e tutto mi sembrava buono.
Dopo cena mi accordai a fatica con Jan. Mi disse in modo confuso che aveva trovato una macchina e che sarei andato portato via il pomeriggio successivo.
Ero sollevato, nonostante da qualche parte in fondo allo stomaco l’idea di partire mi bruciasse, lievemente.
Venne la notte e sull’Aral non ci sono luci, non è difficile immaginare che stelle. Immaginarle come le immagino io, che crollai senza vederne nemmeno una, addormentandomi senza cuscino sotto una grossa coperta di lana ruvida.

Macchina qui, Jan mi svegliò urlando. Tu va, mi disse.
Era già ora di andare? Per quanto avevo dormito? Ero stordito.
In meno di dieci minuti, senza capire come, cosa e perché, ero sul sedile posteriore di una vecchia macchina, con Jan che chiudeva la portiera e iniziava a sventolare la mano per salutarmi mentre l’autista, con qualche scossone di troppo, metteva in moto.
Partimmo.
Mi voltai a guardare Jan che salutava con foga sempre maggiore, continuando ad agitarsi anche se ero lontano. Muoveva isterico le braccia. Continuai a fissarlo mentre si dimenava in un modo che mi pareva sinceramente esagerato. Non riuscii a capire quell’enfasi fino a che non lo vidi indicare qualcosa che si muoveva con errabonda lentezza accanto a lui.
Enea! pensai ad alta voce.
Me l’ero dimenticato lì. Mi ero dimenticato il cane.